Un angolo di paradiso: el gol olimpico

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Il primo gol dopo la ripresa del calcio giocato nel nostro Paese l’ha segnato il danese Christian Eriksen, di certo non un giocatore come tanti.

E nemmeno il modo in cui è stato segnato questo gol è un modo come tanti, perché il gol olimpico passa una volta ogni tanto, come le comete, stupefacenti nella luminosità della loro traiettoria.

Olimpico

L’aggettivo olimpico, che sta ad indicare una rete segnata direttamente da calcio d’angolo, trova le sue origini in tempi lontani, in cui questo meraviglioso sport non era l’universale lingua con cui oggi è possibile comunicare in tutto il mondo, bensì un passatempo da signorotti, di cui si discuteva negli eleganti caffè delle grandi capitali europee e sudamericane al pari di politica, filosofia e letteratura.

Ma perché si chiama proprio così?

Baggio gol Olimpico

Siamo nel luglio 1924 quando la Fifa sancisce che sì, da lì in avanti un pallone calciato in rete direttamente da calcio d’angolo sarà convalidato come gol. È un calcio che a livello organizzativo è ancora ai primordi, pensate che non esistono nemmeno i Mondiali, perciò la squadra nazionale da battere è quella che ha appena vinto le Olimpiadi francesi di quest’estate, unica manifestazione internazionale su cui potersi basare, e questa nazionale è l’Uruguay. Gli argentini, mai prudenti e da sempre tenaci, quando arriva il 2 ottobre, giorno della sfida con i vicini uruguagi, fremono. Non possono sapere che un calcio d’angolo battuto da Cesareo Onzari, stupenda ala sinistra, cambierà la storia del calcio. Finirà 1-0 per gli argentini, che battono i campioni olimpici con una traiettoria che strappa quel nome dal petto degli uruguagi e lo trasporta dall’altra parte del Rio de la Plata.

È chiaro come, in un calcio come quello di oggi, sublimazione della tecnica e dell’organizzazione, prendere un gol direttamente da corner significa automaticamente trovare tra i pali un colpevole senza nemmeno stare a cercarlo troppo. Ma se il gol olimpico del danese interista è certamente frutto di un qui pro quo tra le giovani e dubbie volontà di Di Lorenzo su cui Ospina ha messo una firma abbastanza leggibile, la rarità dell’evento rimane invariata, così come resta giustificato lo stropiccìo degli occhi.

Tra le vittime più illustri di questa infido scherzo della fisica, persino quello che, per ora, rimane il primo e ultimo portiere capace di aggiudicarsi un Pallone d’Oro. Il leggendario estremo difensore sovietico Lev Yashin, infatti, subì un clamoroso gol olimpico da Marcos Callos in un Colombia – URSS del 1962.

E pensare che in Italia siamo riusciti a vederne addirittura due nella stessa partita, a distanza di tre minuti l’uno dall’altro. Un paio d’anni fa, Pulgar e Veretout decidono che è il momento di far passare quel Bologna – Fiorentina alla storia e così fanno:

al francese risponde il cileno ed è il momentaneo 1-1. Ma se questo straordinario colpo ha indubbie origini sudamericane, il destino deve essere passato anche dal nostro Belpaese se ha permesso a un piede come quello di Massimo Palanca di nascere nella provincia di Ancona e non a Buenos Aires. Classe ’53, O’Rey di Catanzaro non arriva al metro e settanta, ha sempre portato un baffo d’ordinanza foltissimo e un fanciullesco 37 di piede, ma con quel sinistro è stato capace di segnare addirittura tredici reti direttamente da corner. A dir poco incredibile.

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